In arte Dutch, per gli amici Duccio. L’artista padovano classe ’89 è venuto a farci visita al Bar qualche tempo fa. Ho colto l’occasione per fargli un po’ di domande su di lui, su di noi noi e su tanto altro ancora. Conoscevo già Dutch Nazari, l’artista, non conoscevo Duccio, l’uomo che c’è dietro. Ho scoperto un ragazzo semplice, dal grande spessore umano e culturale. Ho scoperto ad esempio del suo viaggio in Palestina, “musa” di una delle sue canzoni più famose, e del documentario girato là con l’amico e collaboratore Sick et Simpliciter (Per il resto dell’articolo semplicemente “Sick”). Sono salito al piano superiore del bar ed era seduto ad un tavolo con Sick. Con una mano mi ha fatto cenno di accomodarmi, mentre con l’altra reggeva un calice di vino rosso. Sul tavolo un piattino di snack fritti. Penso fossero pepite di pollo o qualcosa del genere. Di certo gli sono piaciuti, perché mentre mi parlava si è fermato per condividere con Sick il suo entusiasmo a riguardo (qualcosa del tipo “ma quanto cazzo sono buone”).
Dopo qualche battuta e una storia Instagram in cui ha lanciato un saluto al suo amico Willie Peyote, ho cominciato con le domande.

HRB: Il Veneto è sempre stato visto come la regione produttiva, dell’efficienza. Mai culla di cultura. Tu sei però la testimonianza che forse siamo buoni a fare anche altro. Da veneto, pensi che ci sia la possibilità di vedere altri artisti uscire dal nostro territorio, o la storia ci dice che continueranno a “dominare” città come Bologna, Genova, Torino, Roma, etc…?

D: Questa domanda mi piace molto. C’è il testo di una mia canzone che dice “nato a qualche chilometro dal mare, nel Veneto del popolo del fare”. Io quindi in un certo senso sono anche frutto di questo territorio. Per questo motivo ti dico che i presupposti ci sono. Non è poi sempre detto che “escano” gli artisti più bravi. Per farsi conoscere nella musica ci vogliono tante cose… Preferisco parlare della qualità della musica più che del successo di chi la fa.

HRB: In questo momento artisti provenienti da realtà completamente diverse vengono buttati nello stesso grande calderone dell’ “indie”. Genere, sempre che si possa definire tale, da qualche anno diventato mainstream (un ossimoro quasi). In questo calderone ci sei finito pure tu. Come lo vedi questo fenomeno?

D: La verità è che io pensavo di fare rap sull’elettronica. Non ho mai dato troppo peso al modo in cui ci etichettano, alla fine a parlare è la musica. Quella dell’indie è una categoria che è diventata comoda. Racchiude al proprio interno proposte musicali molto diverse, come appunto noi – indicando Sick – , Giorgio Poi, Gazzelle, etc…e in realtà la maggior parte mi piacciono pure! Ora ci sono voci tra gli addetti ai lavori, compresi giornalisti del settore, che si voglia cambiare questa “etichetta” in “HitPop”.

HRB: Tu nasci dal rap un po’ più “underground”. Hai sposato quindi in un certo senso un cambiamento. Hai trovato nella collaborazione con Sick Et Simpliciter una nuova dimensione, che è risultata efficace. Ci saranno ulteriori evoluzioni o cambiamenti?

D: Il nostro progetto è quello di evolverci insieme…
S: Sicuramente in futuro ci saranno altre collaborazioni, come ce ne sono già state. Più menti ci sono all’interno di un progetto, più idee ci sono. Diventa più stimolante, e i risultati la maggior parte delle volte sono migliori.
D: Si, per esempio anche per il disco nuovo, a cui stiamo lavorando, cerchiamo di non essere mai solo noi due in studio. Se si è sempre e solo in due si rischia di ripetere le stesse cose dopo un po’.

HRB: Visto che siete entrambi di Padova, qua vicino, non posso non chiedervi se foste mai stati qua all’Home Rock Bar.

D: Io non ci sono mai stato ma insomma, la fama vi precede! Abbiamo anche avuto la fortuna di incontrare il mitico Johnny che ci ha raccontato la storia del bar e del festival…
S: Io si! Dall’altra parte del palco però. Mi è sempre piaciuto. A Padova ci sono poche belle realtà, soprattutto di queste dimensioni. Anche se devo ammettere che la volta che sono venuto sono dovuto andare via prima che iniziasse il concerto… questioni di figa.

Giacomo Russello