intervista del 16 marzo 2018

Ogni giorno un uomo si sveglia e sa che deve inventare un “nuovo” nome per un genere musicale, o qualcuno lo farà prima di lui. Brit pop, it pop, post-pop, post-rock, post-punk, post-prendiunaparolacaso…esiste. Ma effettivamente che colpe ci sono? L’essere umano ha sempre avuto, fin dal principio, il bisogno di dare un nome alle cose. Per una forma di organizzazione mentale, per facilitare la comunicazione… Insomma, quando ti parlano di un cavallo hai ben presente di che si tratta, come quando ti parlano di qualcosa di più astratto, come la musica! 

Ma in fondo tutta questa filippica cosa centra con la nostra intervista? Beh in questa dinamica ci è finito dentro anche Frah Quintale: Indie, pop, hip-hop, it pop? A noi ce ne frega davvero poco. Ciò che ci importa, qui all’Home **ck Bar, è la attitude. E quella di Frah è sicuramente ROCK.

Dopo aver svolto il consueto soundcheck, in cui ho scoperto che il ragazzo (si fa per dire, visto che in confronto sono ancora un pischelletto) canta eccome, gli accenno di un’intervista per il blog del sito dell’Home. Subito simpatico e disponibile accetta. Saliamo allora nel camerino al primo piano, si piazza sul divanetto, apprezzatissimo per il comfort, e iniziamo le nostre chiacchiere da (Home **ck) Bar

Nelle tue canzoni è spesso protagonista l’amore. Non tanto in senso assoluto ma contestualizzato nelle dinamiche di coppia in cui tutti si possono immedesimare. Pensi che sia proprio questo che ti ha permesso di arrivare alla “massa”? 

Si… Oltre a quello però credo sia anche il modo, molto semplice e diretto. Sono uno che parla come mangia e uguale nella scrittura. Lo studio è diventato spesso una specie di confessionale, in cui scrivevo come stessi parlando con amici. Questo ha permesso che uscissero cose vere e la gente penso lo abbia capito. 

Questo amore che racconti è spesso ambientato in posti in cui meno ti aspetteresti di trovarlo. Ad esempio nelle stazioni ferroviarie dove si possono vedere “bicchieri spaccati e l’eroina sopra le stagnole”. Sembra quasi un ossimoro 

Questa cosa in realtà non l’avevo mai notata…è figa! Comunque si, magari non te l’aspetti, ma l’amore c’è anche in quei posti. Penso che l’amore tu possa trovarlo ovunque, anche in un parcheggio. 

In Nei treni la notte racconti una realtà che hai vissuto e che ti appartiene. I ragazzi che vanno “nei treni la notte per scrivere il proprio nome” sono molti legati ad un Hip-Hop (concedimi il termine) old school. Ora che sei sicuramente più “mainstream”, come ti senti? 

Mi sento come uno che viene da quel mondo, ma catapultato in un altro che non c’entra un cazzo. Io non vengo dal pop, dalla canzone radiofonica. Non ho mai avuto la mira di finire in radio. Però i tempi sono abbastanza cambiati. Penso che anzi sia figo che anche uno che viene da un mondo “chiuso” musicalmente parlando possa fungere un po’ da ponte. Alla fine anche la moda e l’arte negli ultimi anni hanno rivalutato tutta la cultura “street”…Pensa ad esempio ai graffiti! 

E poi comunque c’è stato un percorso personale e artistico. Non è che da un giorno all’altro ho cambiato genere. Le cose che faccio ora le sento mie come quelle che facevo prima. Mi sento ancora mega old school e allo stesso tempo mi trovo a mio agio in questo nuovo mondo.  

La mia preoccupazione era di perdere credibilità verso chi mi ascoltava già prima. Prima ho sentito Shocca che mi ha detto che sarebbe venuto stasera. Oltre al fatto che mi fa super onore, questa è una testimonianza del fatto che probabilmente ho trovato la via giusta per riuscire ad arrivare a tutti restando me stesso. 

Shocca che tra l’altro è venuto a suonare quest’anno qua all’Home. E come lui anche Gruff e Bassi Maestro, tuoi grandi idoli da ragazzino. Che effetto ti fa salire sullo stesso palco?

Fa sicuramente piacere. Ma questa non è la prima volta, con il tour di dell’ultimo anno soprattutto ho avuto più volte questa possibilità. E la sensazione è sicuramente bella.

Giacomo Russello