Intervista del 28 settembre 2018

Italiani di nascita, cittadini del Mondo , romani nel cuore e nell’anima, veneti al bancone del bar. Tutto questo retaggio i Joe Victor se lo portano sul palco: una commistione di suoni e lingue esotiche, che ha come intenzione primaria quella di far star bene e ballare chi l’ascolta. Come definirli quindi? Falk, rock, dance? Non lo so ancora, e Valerio (tastiera e voce) mi conferma che “è giusto così”. L’indefinito può infatti sì destabilizzare ma anche stimolare la curiosità. Ma non facciamoci nemmeno troppe pippe mentali. Come mi dice Gabriele (voce e chitarra) la festa viene accostata troppo al mondo della superficialità. “Prova a dare a questa gente un disco di Little Richards, cioè zì questo ha scritto sta roba per ballarla, non per chissà quali concetti che ci stanno dietro!”. Ed è così che si è ballato, ci si è divertiti e i Joe Victor escono dall’Home con all’attivo “un paio” di birre, una decina di negroni e un rullante distrutto durante l’esibizione. 

Non prima però di aver fatto quattro Chiacchiere da (Home **ck) Bar

Guglielmo fiero del suo atto

HRB: Noi ci siamo già incontrati a fine agosto al Festival. Oggi invece siamo all’Home Rock Bar, in una situazione completamente diversa. Sarete in mezzo alla gente, in una dimensione a cui siete comunque affezionati e conoscete molto bene. Che differenza c’è tra suonare in un palco di un grande festival e quella di suonare in un locale?

  • Gabriele: All’Home Festival siamo venuti sia nel 2016 che nel 2018, e devo dire che nel giro di due anni è cresciuto davvero tanto. Serate così nei locali invece ne abbiamo fatte tante. Sono due cose diverse, ma ci piacciono entrambe! Una volta abbiamo suonato pure in un auditorium, con la gente seduta, e ci è piaciuto un sacco anche quello. Quella di stasera è comunque la situazione più “home” anche per noi.

HRB: Si dice che in Italia sia molto più difficile “sfondare” cantando in inglese, e probabilmente è vero. Voi cosa ne pensate? Avete mai pensato di scrivere in italiano?

  • Valerio: È così sicuramente
  • Gabriele: Puoi riuscire però a farti apprezzare. Noi abbiamo iniziato con l’inglese per diversi motivi. Un po’ perché ascoltiamo soprattutto musica in inglese, un po’ perché non siamo del tutto italiani. Uno è metà portoghese, un altro è metà brasiliano, io sono mezzo russo… non conta un cazzo… però un po’ si. Abbiamo provato anche a scrivere in itaiano? Sì, però…
  • Valerio: È strano! Perché io e Gabri sono dieci anni che suoniamo insieme e abbiamo sempre cantato in inglese, giapponese, spagnolo, portoghese. In italiano proprio non ci veniva.
  • Gabriele: Poi magari viene fuori un pezzo che ti piace anche in italiano, però non riesci a trovarci una coerenza artistica. Il nostro progetto ha un sacco di impulsi esotici, come lo spieghi il pezzo in italiano? Devi motivarlo, soprattutto oggi, con questa esplosione del panorama artistico italiano.

HRB: E di questa esplosione cosa ne pensate? Alcune cose sono molto interessanti, altre meno. Però c’è da dire che, dopo un po’, certe sembrano somigliarsi no? Voi siete qualcosa di diverso.

  • Valerio: Capito perché lo devi motivare? Può sembrare che tu lo faccia a posta per emulare un cantante o per seguire un determinato periodo storico. Il nostro punto di forza è proprio che siamo l’alternativa dell’alternativa. Ed è alternativo anche l’ascolto, visto che i (pochi) – ride –  che ci ascoltano lo fanno soprattutto ai live, più che su internet.

HRB: Avete suonato molto anche all’estero. Volevo capire con voi il modo di porsi del pubblico rispetto a quello italiano.

  • Valerio: Secondo me, opinione molto personale di Valerio, all’estero partono già con l’idea di ballare. In Italia ce li devi convincere, trascinare, nel mondo della festa.
  • Gabriele: Poi se ci pensi la musica che è sempre andata in Italia è legata al bel canto e bel testo. Il rock ’n’ roll non ha mai preso piede. Ci ha provato un po’ Celentano… Ma lo scatenarsi, il ballare, viene visto in Italia come una cosa un po’ superficiale. Dopo di che non hanno peli sulla lingua all’estero, soprattutto in Inghilterra. Se hai fatto cagare te lo dicono, e non in modo gentile. Sono proprio culture diverse, modi diversi di vivere il live.
  • Valerio: poi anche in Italia dipende da dove vai…

HRB: Cioè?

  • Valerio: Il nord e il sud hanno molte, molte, differenze. Ma hanno un modo simile di viversi il concerto. Nel centro Italia è sempre diverso. Abbiamo sempre trovato un pubblico un po’ più difficile da coinvolgere, anche se alla fine ci siamo sempre divertiti pure là!

HRB: Dei Joe Victor si dice che siano dei gran festaioli e dei gran bevitori. Qui però siamo in Veneto, all’Home Rock Bar… pensate di reggere il confronto?

  • Valerio: Mamma mia quanto bevete… ma io non bevo eh! – poi rivolgendosi a Gabriele – Ma hai visto quello? Non puoi farmi il negroni prima de magnà gli ho detto!
  • Gabriele: L’hai bevuto?
  • Valerio: … mezzo…
  • Gabriele: Io non ho mai avuto una gran relazione con le droghe… quindi finisci a bere! Poi se ti portano i drink mentre suoni che puoi farci. Insomma, reggeremo il confronto!

Giacomo Russello