Intervista del 9 novembre 2018

Quando provi a immaginare il tour di un artista pensi ad aerei privati, hotel di lusso, limousine…Oddio, forse sto un po’ esagerando! In ogni caso poi ti vedi Leo Pari con I Tristi e tour manager, Loris (tra le altre cose ex musicista dell’ Officina della Camomilla), salire su una 500 rossa alla stazione di Treviso Centrale con trolley grande metà della macchina, zaini e borse varie. Ovviamente alla guida dell’auto c’ero io, autista per una notte. Un’opportunità in più per iniziare a conoscere il protagonista di quest’intervista, e una storia perfetta da buttare giù in quest’incipit che non avrei saputo in che altro modo cominciare. Accompagnati i ragazzi al locale e finito il soundcheck di rito, Leo P. (come lo chiama Loris) mi invita a mangiare con loro.

Gli consiglio alcuni dei piatti forti della “casa”, ordiniamo, brindiamo e cominciamo le nostre chiacchiere da (Home **ck) Bar:

HRB: Partiamo da Hotel Califano. Da dove è nato? 

Leo: È un disco che è stato scritto volutamente tutto insieme. Le canzoni non sono state “tirate fuori dal cassetto”. Per gran parte è un album che è partito dal sound, ho voluto dare molta importanza al suono e molti dei pezzi sono stati scritti su basi anche non mie. Mi sembra che in circa due o tre brani mi sono fatto mandare la base da altre persone e poi io ci hi scritto il testo sopra, come un rapper. In altri ho fatto io le basi, e poi ci ho iniziato a scrivere sempre sopra. Il titolo è un parafrasare Hotel California, che parla un po’ della perdizione della Hollywood di quegli anni. Io allo stesso modo volevo raccontare quel senso di perdizione delle generazioni più giovani, però alla romana. E Hotel Califano mi sembrava fosse il titolo migliore.

HRB: Con te volevo fare poi una riflessione: penso che la musica sia figlia di una determinata epoca, mi vengono ad esempio subito in mente gli anni settanta. Questa musica che è nata negli ultimi anni, che possiamo definire “it-pop”, di cosa è figlia?

Leo: De mignotta! – se la ride – No, scherzi a parte penso che la gente oggi abbia davvero voglia di cantare a squarciagola, come succedeva negli anni settanta e ottanta e poi con Vasco. L’indie, che ora viene chiamato “it-pop”, all’inizio sembrava dovesse essere per forza una cosa strana. Invece è diventato la canzone italiana normale con qualche parola un po’ più inusuale magari. È in qualche modo il ritorno del cantautore, tutto qua. Se ci pensi anche nelle canzoni trap c’è sì il reppato, ma si cerca sempre anche una parte di cantato, perché alla fine fa parte della nostra indole italiana: sentiamo la necessità di cantare.

HRB: Uscendo un attimo fuori tema, qualche anno fa hai scritto una canzone per i comizi di Grillo e del Movimento 5 Stelle. Volevo capire, ora che sono arrivati al governo, che idea ti sei fatto del loro percorso da quella canzone ad oggi.

Leo: Sono stato assolutamente deluso. Io ero fan di Grillo, ma come comico! Pensa che quella canzone l’avevo scritta nel 2004, e addirittura dicevo “pensa se si avesse Beppe Grillo presidente del consiglio”…ci sono andato abbastanza vicino! Solo che la mia visione era un po’ più ingenua, non mi sarei immaginato che il movimento sfociasse in quello che è oggi. Devo dire che non rimpiango mai pezzi del passato, ma in questo caso forse me lo sarei potuto risparmiare. Ma l’ho fatto in buona fede, era un momento storico diverso.

HRB: Tornando ad oggi, ora sei in tour sia con il tuo Hotel Califano, sia con i Thegiornlisti, con cui sei venuto tra l’altro al festival un paio di anni fa. Che differenza che c’è nel suonare in due situazioni diverse come quella di stasera all’Home **ck Bar, e quella di suonare in festival e palazzetti con i Thegiornalisti. 

Leo: Per quanto riguarda l’Home Festival ho avuto l’impressione di un festival internazionale, non mi sembrava di stare in Italia, in senso positivo. Tant’è che con i Thegiornalisti avemmo la sensazione che quello non fosse proprio il nostro pubblico, ma ci divertimmo molto, anche con Jerry Calà. Con i Thegiornalisti mi piace un sacco lavorare, anche se non faccio la prima punta come nei miei concerti, ma il mediano. Ovviamente comunque le situazioni come quelle di stasera sono quelle che personalmente preferisco, visto che propongo la mia musica. Ma amo entrambe le dimensioni, sia il palazzetto, sia il piccolo club. Devo dire che però mi piace un sacco, finito il concerto, andarmi a bere una birra e parlare con le persone per cui mi sono esibito, e questo quando suoni nei palazzetti non succede.

Giacomo Russello