Sarà perché quando arriva ho quasi sempre addosso il giubbotto di pelle, sarà perché una volta a New York mi ha giocato uno scherzo talmente brutto che ci sono quasi rimasto secco, ma ogni volta che il freddo arriva all’improvviso mi viene in mente Bon Scott. Camminavo spedito ed ero in orario, ma non abbastanza per prendermela comoda. “Che fresco frizzante”, mi sono detto, mentre passavo accanto all’Home. Neanche il tempo di fermarmi, visto che andavo a ritirare la macchina dopo un tagliando ma avevo ancora un altro milione di cose da fare. Già, Bon Scott. Per molti l’unico e il solo cantante degli AC/DC, una rockstar da festa grande, pieno di vita, di donne e con una voce ineguagliabile. Ricordo quella volta che scovai la sua biografia a Londra, quella che poi avrei tradotto e presentato proprio all’Home qualche tempo dopo. Il freddo alla sprovvista fa decollare la mia fantasia per portarla in volo fino ad un lunedì notte del 1980 al numero 67 di Overhill Road, a East Dulwich nel sud di Londra, in quella Renault 5 parcheggiata in salita. Ci sono andato due volte, laggiù, la prima partendo da Oxford Circus, l’altra arrivandoci da Greenwich. Ci vuole sempre un po’ per arrivare a Dulwich. Ci sono i caseggiati tenebrosi del consiglio comunale di Lordship Lane, e dopo qualche passo c’è l’Harvester Pub. Overhill Road è lì vicina, che si arrampica sulla collina. Dopo il malconcio Rockbank Hotel, il numero 67 appare sulla destra, come un qualsiasi altro civico.  Non ci sono targhe ufficiali o file di fan in religioso silenzio oppure folle di ragazze intente ad immortalare la loro impresa epica con il telefono. C’è solo una placca metallica graffiata con il numero 67. Se guardi bene da vicino, vedi un’altra placca che recita, ‘Flats 1-6’. Di fronte, si staglia un nuovo grande condominio chiamato Dawson Heights, sorto ben più avanti del 1980. Chissà se Bon l’avrebbe notato, quella sera, con quel freddo cane. Bon Scott, quell’indomito, affascinante poco di buono costantemente a petto nudo, con i capelli neri e lo sguardo cupo, osceno, ammiccante e lascivo è stato giustamente definito da molti il più grande frontman rock di tutti i tempi. Eccome. Bon era decisamente un ragazzo avvincente, cazzuto, sì, ma mai presuntuoso. Era tosto da matti ma con un cuore d’oro, come “il tuo miglior peggior vicino di casa”. Lui e la sua splendida voce R & B, quello vero però, mica la sterpaglia sociale delle radio di oggi che annerisce le coscienze dei ragazzi come carie mal curate. Cos’è successo quella sera al nostro bucaniere fuorilegge del rock’n’roll? 

Io, vi racconto tutto quello che so.

Dopo aver trascorso “La Fine Del Secolo” in Australia, Bon torna a Londra nel suo nuovo covo di Ashley Court, vicinissimo alla stazione di Victoria, che condivide anche con la sua nuova ragazza giapponese, Anna Baba. Sta già scrivendo il seguito di Highway To Hell, quello che diventerà Back In Black, il disco rock più venduto di tutti i tempi. Lunedì 18 febbraio 1980 Bon telefona a Silver Smith – la sua ex, che oltre ad essere una conosciuta spacciatrice di eroina della fiorente scena Londinese, ora la sniffa regolarmente – per invitarla a vedere un concerto al Dingwalls, a Camden, lo stesso locale ove i Ramones avevano suonato il giorno successivo al loro famoso esordio Britannico del 1976, trapiantando il Punk Newyorkese in un Regno Unito che non aspettava altro. Silver declina, ma dice che il suo amico Alistair Kinnear, sedicente bassista e aspirante musicista, sarebbe molto felice di accompagnarlo. Bon accetta; i due però finiscono al Music Machine, poco lontano, ad un passo dalla fermata di Mornington Crescent, tanto cara ai Madness. Bon, a detta di Alistair è già lanciato e viaggia a whisky quadrupli. Da qui in poi, comincia l’oscurità. Quando Kinnear lo porta a casa, Bon è svenuto in macchina e non c’è verso di sollevarlo; ci prova senza gran risultato e il portone non si apre, così decide di guidare fino a East Dulwich, dall’altra parte della città. Parcheggiata la R5 sul ciglio della strada, Bon rimane privo di sensi e allora una coperta e via, un biglietto per dirgli come salire a casa una volta sveglio, e a letto. È già martedì 19, e dopo una sbronza con Bon Scott non si alza che alle 19,45. Bon, però, non c’è. Terrore, di corsa giù in macchina e Bon è ancora lì, ma adesso è morto. Al King’s College Hospital il coroner conclude: avvelenamento alcolico acuto. Nessuna traccia di droga. Kinnear scompare per sempre un paio di giorni dopo, e il suo appartamento a East Dulwich viene saccheggiato. Lo stesso succede a quello di Bon.  Fine.

Per anni, questa versione regge: poi …

poi, entra in gioco la testimonianza di due amici di Bon. Suonano negli UFO, una gran bella band di Heavy Rock. Qualcuno dice che quella sera al Music Machine Bon aveva intenzione di incontrare Phil Mogg e Pete Way, cantante e bassista degli UFO. Qualcuno dice anche che il manager degli AC/DC, Peter Mensch, aveva criticato gli UFO e l’influenza negativa che avevano su Bon. Paul Chapman, che sostituisce alla chitarra il biondissimo Michael Shenker negli UFO nel 1978, è soprannominato Tonka, come i Tonka Toys, i giocattoli indistruttibili. Il suo racconto si scontra con la versione ufficiale della biografia di Scott, ma chissà se i due si ricordano tutto. Sì perché sia Way che Chapman a quel tempo gravitavano nell’eroina, e le loro testimonianze potrebbero essere offuscate dal tempo e dai vizi. Pete Way, l’imponente bassista degli UFO, è amico di Bon e degli AC/DC dai tempi dei loro concerti roventi del 1976 al Marquee; e poi, avevano suonato assieme in America con quei Foreigner odiatissimi da entrambe le band. Way adora Bon Scott e la sua natura di cantante superiore. Bon beveva fino a sbronzarsi, poi però saliva sul palco e dava lunghezze a tutti, perfino agli UFO, che ogni sera devono misurarsi con loro. E la mattina dopo era in piedi per primo, con una mille e una notte alle spalle, ad ordinare “un doppio doppio Jack Daniel’s”. Da non credersi. Ci sono volute prima la sua arte e poi la sua morte per dare la scossa definitiva agli AC/DC. Se il punk rock ce l’aveva quasi fatta, figuriamoci loro. Esiste una fotografia di Way e Bon, scattata da Ross Halfin nel backstage dell’Hammersmith Odeon, quella stessa sera. E Pete Way racconta che uno dei ragazzi che riforniva la band di droga era australiano, e che quella sera era arrivato con Bon. Eh sì perché alcool e eroina sono una brutta bestia. Soprattutto se non sei abituato, rischi di svenire e di non svegliarti più. E, Alistair Kinnear, era un musicista, o uno spacciatore? E non è mica Australiano. E poi, cosa c’entra l’eroina con Bon Scott? Bon Scott era solo un gran bevitore. Chissà se Pete Way ricorda davvero o immagina solamente cosa possa essere successo. Certo, i sintomi sono quelli, Bon era lì, la droga era lì e aveva bevuto molto. Quante volte ne era venuto fuori; “Bon Scott Banzai” – sussurro tra me e me, mentre cammino –  aveva gridato divertito Lemmy al concerto di Marcon. Bon Scott che in tour con gli UFO si era gettato in una cascata, e una volta aveva persino bevuto del dopobarba. E poi, chi era il ragazzo australiano arrivato con Bon? Si chiamava Joe Silver? O forse Pete si confonde con Joe Bloe, detto anche Joe King, e con Silver Smith, l’ex ragazza di Bon? La serata di festa, quel 18 febbraio del 1980, si sta tingendo di un colore oscuro, ove il rock ‘n’ roll come lo conosciamo noi è sempre più lontano. Forse no, è vero. Non puoi puntare il dito se vivi una vita di eccessi. Forse il Diavolo era lì ad un passo. Che Bon abbia provato a danzare con lui? La mattina del 19 febbraio, quel giorno già maledetto dalla notte che lo aveva preceduto, Pete Way sente squillare il telefono. È Paul Chapman, il suo chitarrista. “Pete, Bon è appena morto. Bisogna dirlo alla band”. Neanche il tempo di rimanere di sasso e, sì, certo, Pete aveva i numeri di casa di Angus e Malcolm. Erano amici, no? Meglio dirlo a Malcolm è lui la persona a cui dirlo per primo. Ecco il numero. Come, di mattina presto? Ma se Alistair Kinnear dichiara di aver scoperto Bon riverso nella R5 alle 19.45, come fa Pete Way a dire di aver saputo la mattina quello che era successo? E come faceva Paul a conoscere i fatti la mattina presto? Già, Paul è una di quelle persone che possono bere e drogarsi all’infinito. Beh, lo chiamano Tonka, no? Nemmeno Bon aveva grossi limiti e quindi, forse, chissà? E poi, erano al Music Machine, o all’Hammesmith Odeon? Le sorprese, non finiscono qui. Un’altra coincidenza più che singolare è che tra i musicisti presenti la sera prima della morte di Bon c’è anche Colin Burgess, l’ex batterista dei primissimi AC/DC. Che giura di essersene andato dopo aver salutato Bon in piena forma, cioè nemmeno ubriaco. La testa comincia a scoppiarmi. Per trent’anni sono stato sicuro che l’eroina, con il mio eroe, non avesse nessun ruolo. Tra Paul Chapman e Pete Way oggi c’è un certo astio, per un disco che avrebbero dovuto fare assieme. Tuttavia, i ricordi di Chapman sulla morte di Bon seguono senza soluzione di continuità quelli di Way. La biografia di Bon non ne parla, e comincia a venirmi qualche dubbio. Ma Alistair Kinnear, sparito dopo due giorni e riapparso negli anni 2000 per poi sparire nuovamente e per sempre, quasi da poter ipotizzarne un rapimento, era il suo vero nome? E infatti, Paul ricorda che la sera di un concerto degli UFO all’Hammersmith Odeon – uno dei famosi quattro sold out consecutivi del 3, 4, 5 e 7 febbraio all’Hammersmith Odeon, il tempio Britannico del rock, ve le immaginate? – Bon era arrivato con un australiano, Joe Bloe, che da un po’ si fa chiamare Joe King oppure Joe Furey; beh, quel ragazzo aveva lavorato per lui come tecnico della chitarra per sei mesi, e a quel tempo viveva con uno spacciatore. Joe, per un destino ancora più beffardo, è il ragazzo di Silver, ex grande amore di Bon Scott. Così, proprio nel pomeriggio del 18 febbraio, Paul incontra nuovamente Joe e Bon e li invita a casa sua per sballare, ma Joe risponde che non ha abbastanza roba. A quel punto, Bon se ne va. Da quando Highway To Hell ha sfondato, Bon ha per la prima volta molti soldi a disposizione. È sempre stato generoso e vuole procurare lui stesso della roba affinché il party continui. Dopo alcune ore passate ad aspettarlo, Joe dice di voler tornare a casa, che guarda un po’, è proprio l’appartamento che Bon divide con Anna Baba. Il nuovo lavoro di Joe, infatti, dopo essere stato il tecnico di Paul, è prendersi cura di Bon, che ha il numero di Paul e sarebbe dovuto tornare da loro a Fulham con la roba. Definire rischiosa una situazione del genere è un eufemismo bello e buono. Alle sette di mattina del 19 febbraio, invece, Paul e Joe sono ancora nell’appartamento a Fulham. Mentre il sole sorge, è Paul a salutare Joe: anche lui è distrutto e vuole andare a dormire. Joe, che è talmente mal messo da avere la faccia verde come l’acquario di Paul, guadagna da solo la via di casa, abbagliato dalla luce fortissima del mattino invernale. Paul, esausto, torna al piano superiore e crolla sui cuscini che ha sul pavimento. Verso le 11 di mattina, suona il telefono il telefono. È Joe. Chiama dall’appartamento che divideva con Bon, a Victoria.

“Sei seduto?”

“Sono sdraiato dove mi hai lasciato.”

“Ho brutte notizie. Bon è morto.” Poi, scoppia a piangere e perde il controllo.

Paul, sconvolto, sa che Pete Way, il bassista degli UFO, ha il numero di Angus e Malcolm, e lo chiama. Pete, allibito, gli comunica i numeri, che Paul passa a Joe. È Joe a chiamare gli AC/DC, o forse il loro manager Peter Mensch, uno che stava antipatico a tutti. Silver, più tardi, chiama Paul lamentandosi proprio del manager degli AC/DC. Neanche il tempo di morire, e dall’appartamento di Bon e Joe sono spariti televisore, videoregistratore, i dischi, gli album di foto di Bon e soprattutto i suoi block note pieni di testi, che scriveva rigorosamente in maiuscolo. Ma come faceva Joe a sapere che Bon era morto, se Alistair dichiara di aver scoperto il suo corpo esanime, quasi aggrovigliato alla leva del cambio, alle 19.45 di sera? Mentre aspettava Bon con la roba, qualcuno che era con Bon e Alistair deve avergli telefonato per avvertirlo. In tutto questo restano, comunque, almeno nove ore di buco assoluto. Alistair, con buona probabilità, era un altro nome usato da uno dei personaggi che gravitano attorno a quella notte. Il freddo, che adesso è davvero baltico, diventa quasi solido. Da poco tempo, infatti, si è scoperto che l’autore della biografia di Bon ha incontrato il personaggio che avrebbe potuto essere Alistair Kinnear, ma che la sua è solo una sensazione che non può basare su prove reali. In più, sono comparse tre persone, presenti al Music Machine, che affermano di aver visto Bon Scott messo molto male, come se avesse sniffato eroina. Uno di loro, sorprendentemente, ha persino ammesso di essere stato con Alistair Kinnear, definendolo tossicodipendente e spacciatore di eroina, proprio nel maledetto appartamento al 67 di Overhill Road, la mattina del 19 febbraio 1980. Erano in quattro in casa, e nessuno che l’abbia portato dentro. E forse c’entra anche Chris Squire, bassista degli Yes. La testa mi scoppia.

Io che nella vita al massimo ho fatto un tiro di sigaretta, solamente al pensiero di Bon Scott tradito dalla tentazione dell’eroina, tremo come un condannato. Il giubbotto di pelle, stretto sui fianchi, non si scompone neanche. La silhouette del mio corpo disegna un’ombra allungata sull’asfalto, poco prima che il sole tramonti. Anche se le circostanze sono sempre più avverse, mi piace pensare che l’ascesa di Bon al firmamento del rock ‘n’ roll sia stata pulita, e che se ne sia andato sì da Capitano del suo Destino, ma senza quella stramaledetta polvere mortale che, come il peggiore dei mali, trasforma inesorabilmente tutto ciò che hai in eroina.

Se mai vi venisse voglia di provarci, lasciate perdere.

Andate all’Home, piuttosto.

È pieno di belle ragazze e di ragazzi.

È pieno di rock ‘n’ roll.

È pieno di Sogni.

Roger Ramone Racconta.