//Roger Ramone racconta: The Italians

Roger Ramone racconta: The Italians

By |2018-12-28T17:52:20+00:00dicembre 28, 2018|curiosità|

Talvolta basta anche solo una decina di fotogrammi di un telefilm per far decollare i ricordi, magari intercettata per caso mentre passi da una stanza all’altra. Ci ho perfino scritto una canzone dei Denims, per una cosa come come questa. Stavo per raccontarvi un’altra storia quando uno scorcio di Tompkins Square Park carpito da una vecchia puntata di Blue Blood ha dirottato il razzo della mia memoria – diretto a Finsbury Park, Londra – verso New York City.

Quante volte avevo fantasticato ad occhi aperti davanti ai disegni di John Holmstrom ascoltando i Ramones. Chissà com’era il CBGB, chissà se avrei avuto davvero il manico per vivere da quelle parti, a quei tempi. Chissà che aria si respirava nella Lower East Side, con tutte quelle band che ardevano di stile e della nuova passione. Quelle foto di Roberta Bayley e di David Godlis, parlavano. E tutti quei nomi di persone incredibili, Danny Fields, H.D. Manitoba, Richard Hell echeggiavano nella mia mente quasi come un’ossessione. 

Chissà cosa ci avevano messo, nell’acqua della Bowery, per far scaturire una scena così. A New York City ci ero già andato tre volte: una per girarla da cima a fondo per due settimane, una per sposare L’Avania Cola e farci il viaggio di nozze e l’ultima per le celebrazioni del quarantesimo anniversario di “Ramones”, la prima, splendida e seminale esperienza discografica dei quattro caschetti di Forest Hills. Com’era tenero, Joey Ramone, con il look più fotogenico del mondo occidentale, la sua voce unica e quella pronuncia così particolare. Dal firmamento del Rock ‘n’ Roll – dopo aver sfiorato i cinquant’anni per un soffio – Joey ha visto celebrare il suo compleanno ogni 19 maggio con un concerto gremito di personalità e ospiti celeberrimi provenienti da tutto il mondo, il Joey Ramone Birthday Bash. Album evocati da cima a fondo e suonati canzone per canzone e jam session sul palco con formazioni da sogno, con i punk di New York – quelli originali – come spettatori. Ogni anno, tutti gli anni, a New York City. Ah davvero. Un bagliore pericoloso comincia a balenare nei mei occhi, insinuandosi nei pensieri come un Lucignolo in Levi’s strappati, teeshirt a righe e Schott Perfecto. Non dico come quando avevo rovesciato la lavagna in seconda elementare, ma siamo nei dintorni. Rido divertito. Mi pare di vedere quella scena di Fusi Di Testa in cui Garth ammonisce e apostrofa Wayne colpevole solo di sognare ad occhi aperti davanti ad una Fender Stratocaster bianca. Vivi nel presente! E così, con il mio inComparabile complice, proprio all’inizio del 2018 che in questi giorni volge inesorabile ai festeggiamenti del 30 dicembre all’Home Rock Bar e a San Silvestro per tutti gli altri, architettiamo un’invasione della Grande Mela per seguire le orme dei Ramones e riusciamo audacemente a selezionare una cricca del Punk decisamente sorridente e prestante che proviene da tutto il Veneto e anche oltre. Una volta formata la squadra, incomincio a stressare per bene la wi-fi concentrandomi sulla corrispondenza elettronica oltreoceano; voglio avvertire tutte le persone che conosco del nostro arrivo, dalle mie co-testimoni di nozze italiane a Washington DC, agli amici trasferitisi per lavoro, a quelli virtuali – ma ancora per poco – con cui condivido musica e ricordi sui social. Per non parlare dei New Yorkers, musicisti punk famosi o meno conosciuti, eterni ragazzi e ragazze come noi che però sono cresciuti tra CBGB e Max’s Kansas City. Loro i Ramones, i Blondie e tutti gli altri li vedevano ogni sera, sul palco o tra il pubblico. Sì, perché nei viaggi precedenti a questo – con la mia proverbiale timidezza – le persone che ho nominato prima le ho conosciute per davvero. Riuscite ad immaginare cosa si provi a passeggiare per la Second Avenue mentre il suo redattore ti racconta dei tempi di Punk Magazine mostrandoti i luoghi che hanno ispirato i testi delle canzoni di Joey e Dee Dee Ramone? Oppure il fotografo del Punk che scatta una foto a te e i tuoi amici – lui, che fa una foto, a te – mentre ti racconta delle serate passate a fotografare le leggende? Sembra quasi di poterci accomodare zitti zitti nei solchi muti tra una canzone e l’altra per godersi delle parole che non sono mai state scritte in nessuna intervista. E appena i biglietti sono disponibili, ci accomodiamo anche al Joey Ramone Birthday Bash. Davvero un bel colpo. La cosa più incredibile, però, succede qualche tempo dopo. Mentre chiacchiero al telefono con John Holmstrom, per fargli capire che caratura ha il nostro contingente, gli confido che sette di noi sono musicisti, e molti hanno una carriera in corso di tutto rispetto con dischi e tour europei. Dall’altra parte della cornetta, dopo un “Uhm” lento e compiaciuto, parte un silenzio imponente. “Non sarebbe proprio male suonare al compleanno di Joey”, dico ridendo. E, volete crederci? Il giorno dopo, John mi informa che Mickey Leigh – il fratello di Joey Ramone, che organizza il party assieme a John – impressionato da queste quattordici persone che dall’Italia vengono alla festa, ci ha invitato a suonare assicurandoci uno slot di 20 minuti che, scopriamo poi, sono subito prima del concerto principale, quello in cui Ritchie Ramone alla batteria, C.J. Ramone al basso e Mickey Leigh alla chitarra e voce suoneranno tutto Road To Ruin in sequenza per festeggiare il suo quarantesimo anniversario.

Cioè: noi ragazzi, suoniamo alla BOWERY ELECTRIC di New York, a 50 metri dal CBGB, prima di due Ramone, invitati dal fratello di Joey. Pazzesco solo a pensarci. Visto che proveniamo da quattro band Italiane, saremo “The Italians.”

Dobbiamo, a questo punto, procurarci gli strumenti. Possiamo sicuramente noleggiarli da Rivington Guitars – il miglior piccolo negozio di chitarre di New York – ma dopo un giorno di email e messaggi, Dean Rispler, il bassista dei Dictators NYC che hanno suonato proprio qui all’Home, ci presta una Telecaster da paura e un basso Fender Precision che usa nei tour mondiali. L’altra chitarra che ci serve ce la assicura “solo” Bubbles, il fonico storico dei Ramones, che sarà anche il fonico della serata, una Fender Stratocaster modificata con un suono da contraerea interstellare. Hahaaa. Roba da non stare più nella pelle dalla felicità. A quel punto la wi-fi, che stava già sbuffando da tre giorni come un treno a vapore dei primi dell’Ottocento, mi manda direttamente a fare in faccia. Chi di voi mi conosce sa bene che qualità di toto look ci sia voluto per decidere cosa portarmi in valigia per una trasferta del genere. Con il meglio del guardaroba di tutti i tempi, partiamo al venerdì di buon mattino per non perderci neanche un minuto del sacro weekend e il viaggio passa in un attimo e tre quarti, non più di due. Con le nostre conoscenze, siamo riusciti a sistemarci a due passi dal palazzo ritratto nella copertina di Phisical Graffiti da una parte e con la Bowery dall’altra. Passiamo una serata memorabile, con molti di noi che stanno ammirando New York per la prima volta, ed è sempre un colpo d’occhio. Anche in una sera di maggio, con gli alberi in fiore che adornano di nuovo la città dopo l’inverno rigido, i grattacieli brillano, le Strade e le Avenue vibrano, i tombini fumano e Manitoba’s è sempre aperto fino a tardi. Il giorno dopo il tempo è brutto ma la pioggia non dura molto. Ci si perde, nel dedalo di stradine dell’East Village che ci conducono dalla Bowery ad Alphabet City, per poi superare la Houston e perderci tra i palazzi vecchi pieni di storia e di vita della Lower East Side, fino ad incontrare la Delancey che conduce al Williamsburg Bridge, con la Subway che esce in superficie e percorre il ponte assieme alle auto, proprio davanti ai nostri sguardi completamente rapiti dalla personalità della città ma soprattutto dalla prima, maestosa vista della skyline di Manhattan. Il contrasto armonico degli skyscraper storici con quelli appena costruiti e con i mega palazzoni popolari di mattoni rossastri tipicamente Americani, dona al paesaggio un’aura di magia. Li guardo e cerco di immaginare quante volte i miei musicisti del cuore si siano riempiti gli occhi con lo stesso panorama che sto osservando, e quali canzoni possano averci tirato fuori, come se potessi riviverle davvero in prima persona. Dopo poco, torniamo verso la 3rd Avenue per incontrare John Holmstrom che proprio stamattina lancerà il suo nuovo giornale a fumetti, “Stoned Age”, circondato dalla collezione allucinante di teeshirt dei Ramones e dei Cramps di Metropolis, un negozio vintage storico specializzato in teeshirt musicali per il quale John ha ridisegnato il logo e nel quale ci aspettano le magliette esclusive dell’evento. Proprio IL posto per me. Qui, incontriamo anche tutti gli altri e cominciamo a parlare con fan dei Ramones provenienti da tutto il mondo. Abbracci, sorrisi, scambi linguistici in tutte le variazioni conosciute, dall’Inglese dei Padri Fondatori a quello maccheronico più estrapolato, il tutto farcito da un nugolo di foto. L’adrenalina, come se non bastasse già il grado di eccitazione, comincia a salire perché tra poco dobbiamo salutare tutti, è l’ora del soundcheck. Nonostante le due bustine di Oki, mi rendo conto solo adesso che devo ancora pranzare e che due ferri da stiro freschi mi stanno tempestando le tempie. Io, però, non ho troppo tempo per preoccuparmi del mal di testa e della meteorologia: la storia ci aspetta. Ingollo il terzo Oki – che risolverà tutto – e mi avvio con i ragazzi verso la Bowery Electric, a piedi. Certo: a suonare ci arriviamo a piedi, con gli strumenti in mano, come i Ramones ritratti nelle foto di Bob Gruen. A pensarci c’è da delirare. Siamo ad un passo dalla leggenda: entriamo, diamo i nostri nomi e scendiamo le scale. L’insegna al neon è ancora spenta e le luci sono accese, proviamo gli strumenti, i volumi e le canzoni con metodo e precisione senza perdere tempo per rispettare gli orari, ma soprattutto per gustarci il soundcheck dei due Ramone che provano dopo di noi assieme a Mickey. Proprio lui, il fratello di Joey, che li aveva seguiti come roadie a Londra e che duettava con Joey mentre componeva le canzoni. Lo avevo già conosciuto ma non gli avevo mai parlato così da vicino, senza fretta e senza rumore. Dopo che ha autografato poster e altre cose, gli dico col cuore in mano. “Hai la stessa bocca di Joey, e ridi allo stesso modo”. “Grazie”, mi risponde sorridente. “D’altronde, siamo fratelli”. Si vede che gli fa piacere. “Monte e John mi hanno parlato molto di voi Italians, è fantastico che siate venuti qui per Joey così in tanti.” Dillo a me – penso. Monte A. Melnick, il tour manager dei Ramones per la loro intera carriera, due volte ospite prima all’Home Festival per la presentazione del libro “Sulla Strada Con I Ramones” e poi assieme a George DuBose con la sua mostra di foto “All Ramones Pop Up Exibit” all’Home Rock Bar, qui, a casa, è anche il mio testimone di matrimonio. Dopo il soundcheck tanto atteso e qualche chiacchiera con i musicisti, usciamo. Mi mangio mezzo hamburger in piedi, proprio nel posto dove andava il pubblico del CBGB quando usciva dai concerti, perché lì non facevano da mangiare. Ci sarebbero mille cose a cui pensare, sulla Bowery in quel momento, solo che adesso non c’è più tempo. Tra poco tocca a me, tra poco tocca a noi. La Bowery Electric è sold out da mesi, piena come un uovo. Suonano le prime band, poi John Holmstrom parla del suo viaggio in Italia a Treviso, e invita sul palco Monte. Questi a sua volta parla dei Ramones, della sua vita con loro, e poi ci presenta. Nel frattempo, ci prepariamo a suonare. Dico due cose al microfono, scandisco il titolo del suo libro in Italiano, e poi mi giro verso la band dando le spalle al pubblico. Le spalle del mio giubbino in Jeans con la toppa dei Denims. Un rapido scambio di cenni e via. Sto per cantare due canzoni che ho scritto di mio pugno a New York, al compleanno di Joey Ramone. “We are, The Italians. ON THE BOWERY. One Two Three Four”. Boom. Parte la prima canzone, la band suona come una batteria di cannoni, precisa e veloce come il vento. Individuo David Godlis. Lui, che ha immortalato tutta la scena Punk nel suo libro fotografico, “History Is Made At Night”, oltre ad essere a lato del palco che ci fa le foto, è nel testo di “On The Bowery”, proprio alla fine. Mi giro e lo indico mentre canto, e lui immortala il momento come se la sapesse a memoria. In quegli attimi, sembra quasi di avere due cervelli, uno per spazzare via il pubblico e l’altro per pensare. La sensazione, magnificata dalla reazione stupita e vigorosa dei presenti, che forse non si immaginavano una botta del genere, è inimmaginabile. “We Are, The Italians. SHOULD I KISS HER. One Two Three Four”. Bo-boom. Questa canzone, un mid tempo tutto spiaggia e vacanza, è un inno alla gioventù che ho scritto appoggiato su un pontile di Jesolo circondato da bikini prodigio. La suoniamo come se tutta la villa di Playboy ci stesse aspettando. Alla fine, alzo le braccia e unisco le dita sopra la mia testa per formare un cuore. “Thank You. You Are, My Joey”. Dopo di me, la band suona “ALLA NOSTRA ETÀ” e “BRANCA DAY” dei Derozer e c’è da perdere il controllo. Io mi godo lo show dal lato opposto, appoggiato al muro, a bocca aperta. Di seguito, partono “SFATICATO” e “NOVANTA” dei Duracel e sembrano due missili terra aria. Alla gente piacciono, veramente, e questa è la cosa più bella. Poi, tutti assieme, ci esibiamo nell’ultima canzone, “CBGB ROCK” dei Superhype, con coro finale assordante e urla di delirio del pubblico. Venti minuti secchi che valgono una vita. E, vi dirò una cosa, il palco della Bowery Electric è esattamente sotto il loft ove viveva Arturo Vega, art director e light engineer dei Ramones nonché creatore del loro logo e dell’artwork di tutte le teeshirt. In quel loft, ci avevano abitato anche Joey e Dee Dee ed era la seconda casa dei Ramones. Una magia dopo l’altra. Regaliamo al pubblico il merchandise delle nostre band e dopo un salto nel backstage, scendiamo tra la gente. Sembra l’All Star Game. C’è Miriam Linna, una delle fondatrici dei Cramps. C’è Peter Zaremba, cantante dei Fleshtones. C’è il nipote di Tommy Ramone, che ci conosce da Facebook, come anche Joe, un punk originale che ha visto TUTTI i concerti di New York dei Ramones. 

Pensate solo cosa ci saremmo persi senza provarci. 

Non rinunciate mai ai sogni, anzi. 

Impegnatevi affinché si avverino, perché poi succede.

Alla prossima, New York City.

Roger Ramone Racconta.