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Roger Ramone Racconta: La Festa Degli Innamorati

By |2019-02-12T13:17:52+00:00febbraio 12, 2019|bar, curiosità, news|

Sto per gustare una super cenetta, proprio qui, prima del concerto dedicato al Duca Bianco. Mentre l’eccitazione sale perché è quasi ora incrocio Jonathan – La Barba Più Sorridente Del Mondo Occidentale” – il quale, dopo uno scambio di battute che avrebbe relegato l’intera saga di Zelig al crepuscolo di un impiego all’autolavaggio mi dice, leggiadro, “Perché non scrivi un pezzo su San Valentino?”

E così mi ritrovo, innamorato della stessa ragazza da più di ventitré anni, a cedere il passo alla mente e lasciare che la scia dei ricordi trasformi l’attesa in un lungo momento magico, continua e piacevolmente disarmonica come un flusso di onde sorte da ancora più lontano, che si infrangono sulla spiaggia degli anni come un dolce monologo interiore.

Era bellissimo guardarti e incontrare i tuoi occhi, eravamo dei bambini dell’asilo con i grembiulini ma dicevi che da grandi ci saremmo sposati, e chissà cosa voleva dire ma saremmo stati sempre contenti come in quel momento, mentre tu giocavi con le bambine e noi ci rincorrevamo schiaffeggiando le cosce per simulare il rumore del cavallo al galoppo come nel film di cowboy che avevamo visto la sera prima poco dopo Carosello. Quell’emozione così intensa mai provata prima, bella quasi come abbracciare la mamma o far ridere il papà, era davvero nuova e di un calore incalcolabile che ancora un po’ mi sarebbero saltate via le lentiggini dal viso anche se non ce le avevo. Per dire che ci amavamo dicevamo nome e cognome, come se tutto il Mondo dovesse impararlo per bene.

Tu invece, correvi e gridavi come una Ruggerina dando del gran filo da torcere a tutti, e avevi fatto innamorare mezza classe tanto che ci prendemmo a spinte anche tra amici fraterni pur di starti vicino, e una volta che sapevo che avresti telefonato ad un mio compagno ero corso a casa per alzare la cornetta e ascoltare cosa vi sareste detti, che quando lo raccontai ai più grandi scoppiarono tutti a ridere perché a quell’età non sapevo come funzionasse il telefono, figuriamoci l’amore per una ragazzina alla quale dedicavo le canzoni della chiesa adattandone il testo e cantandole a squarciagola sullo skilift, affascinato dall’eco, quando andavamo a sciare.

E quella canzone che ascoltavamo di nascosto nelle stradine dietro a casa con i mangiadischi portatili di plastica colorata, abbandonando per un po’ il pallone e gli stadi della nostra fantasia per impararne le parole a memoria e cantartele idealmente, o forse anche per davvero alla prima occasione visto che non conoscevo la timidezza, come quando ero entrato di soppiatto nella tua camera assieme a tuo fratello per carpirti il diario segreto che era pieno di “Ti Amo”, mentre giocavi in cortile con il Dolce Forno che per te era già troppo poco.

Nella vita si provavano un sacco di sensazioni favolose ma quella non aveva pari. Di ragazze bellissime ce n’erano tante ma, da quando era successo di nuovo, il cuore si trasformava in un pugile incessante e determinato a scandire nel mio petto un pentagramma carico di note ogni volta che ti vedevo. Figuriamoci, dopo averti conosciuta qualche mese prima, quando ti avrei baciata per la prima volta. In quella fredda serata passata giù per le scale in cui ci baciammo ad ogni piano, il palazzone diventò un grattacielo perpetuo che non sarebbe mai finito, un bacio dopo l’altro e un altro ancora. E pensare che dovevamo solo andare a prendere il vino e che i nostri genitori ci stavano aspettando di sopra. 

Parlarti al telefono per ore, sognando una vita assieme per sempre e chissà dove e poi riattaccare la spina di nascosto “senza che mi scoprissero”, scrivere il tuo nome su tutti i quaderni fino al weekend in cui ci vedevamo in centro, esultare per un goal con gli amici franando giù per la gradinata come degli incoscienti per poi correre da te e andare al cinema o a ballare, e baciarti, baciarti, baciarti all’infinito per le strade della città o al Carnevale di Venezia. Le lettere, i regali, la canzone imparata al piano a menadito, quel “Now And Forever” come diceva John Lennon impresso sull’argento per sempre e quegli abbracci che fulminavano e portavano i cuori lontano.

Non avevo mai avuto un amore come il tuo, nessuno avrebbe mai pensato che una ragazza così bella riuscisse ad innamorarsi di un sedicenne per sempre, così diverso dai ragazzi di grido. L’amore fulminante che avvampa come un falò appena acceso in una notte d’estate, i visi che cambiano espressione tra le fiamme, la luna piena e i riflessi del mare. Il fuoco delle nostre anime unite anche adesso che fa freddo, le lacrime di felicità nel salutarti per rivederti domani ed ogni giorno.

E poi, Tu, piccolo, inestimabile scrigno di bontà, semplice come un prato di margherite in fiore che sbocciano continuamente illuminandosi di luce e amore nei tuoi occhietti vispi. Tu, pura come una fonte, e la melodia celestiale che sprigioni nella mia mente mentre mi parli con il sorriso e con i capelli di seta e il tuo bikini bianco. Tu e il nostro abbraccio nell’acqua gelata, senza dire niente, e la tua guancia appoggiata lentamente sulla mia spalla e il fremito del primo bacio. Il sole ancora alto che volge al riposo e regala alla volta un caleidoscopio di sensazioni da non saper che dire. 

E io, perduto per Te, per sempre. 

San Valentino è la festa degli innamorati, e questo è Amore.

Amatevi, che non c’è cosa più bella.

Roger Ramone Racconta.