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Roger Ramone Racconta: L’Amicizia, i sogni e la realtà

By |2019-03-08T10:40:18+00:00marzo 8, 2019|curiosità, news|

Essendo nato il primo di Marzo come Roger Daltrey degli WHO, il quale oltre a chiamarsi Roger come me mi assomiglia anche abbastanza – voglio dire, sono io ad assomigliare a Lui e a chiamarmi come Lui, giusto? – appartengo di fatto al segno zodiacale dei Pesci, quei sognatori incuranti e perpetui che, come dice la leggenda, “sono talmente abituati a navigare nei loro sogni che questi ultimi finiscono per diventare la realtà”. Anche questa volta volevo parlarvi di un’altra cosa, poi è stato l’istinto che mi ha preso con sé per condurre la mia penna virtuale a celebrare la forza dell’Amicizia. Il Mare della Tranquillità dei sogni, eterno proprio come lo Spazio infinito, è infatti governato dalla passione per l’Amicizia, quel sentimento talmente forte che unisce le persone anche quando sono lontane. 

Quando hai un Amico che sta combattendo la sfida della Vita ad alzo zero come una contraerea impegnata ad abbattere un aviogetto lanciato all’attacco in volo radente, ogni impresa portata a termine nella gloria dei sogni splende della sua luce anche quando non c’era, figuriamoci quando eravamo assieme.

Quella domenica mattina ero appena tornato dal Magic Bus dopo una nottata di musica deflagrante passata nello scompiglio pulsante di una scena nascente. Le sei del mattino erano passate da un pezzo ma avevo solo mezzora di tempo per una super doccia rilassante – l’unico riposo che mi sarei concesso – e per una colazione concreta tangente allo sguardo sconsiderato e rassegnato di mio padre, già sveglio a quell’ora per chissà quali buoni propositi. Io, invece, avevo un treno da prendere e un Amico da intercettare per un’impresa da sogno. 

Salto sull’autobus numero 2 intriso di stanchezza mista all’eccitazione, vestito per uccidere e con gli occhi celati da un paio di Ray-Ban Balorama. Scendo al volo alla   stazione di Mestre con il biglietto già in tasca e dribblando l’ostico 4-4-2 dei viaggiatori della domenica raggiungo d’un fiato il binario, giusto giusto per veder apparire Alex sul treno in arrivo da Venezia con i capelli neri lunghi accompagnati dal suo consueto sorriso, quel ghigno sano e vagamente criminale allo stesso tempo, tipico di un’esistenza diversa da tutte le altre e regolata solo dalla lecita follia. Teneva stretta una borsetta di canvas con i manici lunghi, presa chissà dove e piena di cose da autografare, con un logo dei KISS spettacolare e mai visto prima. Destinazione: Milano, KISS Convention, per incontrare Peter Criss, “The Cat”. Il sonno e la stanchezza – da sempre dettagli nell’arco della vita – perdono definitivamente consistenza al cospetto dell’emozione e delle aspettative, ma ancor di più del senso di condivisione. Del resto, che cos’è una gioia se non puoi condividerla? 

Alex mangia, beve, pensa, vive e respira KISS meglio, di più e da prima di ogni altro che io conosca. Questo tipo di passione mi fa impazzire, ed è così contagiosa e affascinante che mi perdo totalmente nei suoi racconti vibranti, quasi protendendomi nel vuoto per carpirne l’essenza più profonda. Anch’io voglio respirare la passione.

A Milano è pieno di fan e Alex si muove come Elias nella jungla di Platoon. E così, conoscere la KISS Army, parlare con personaggi in arrivo da ogni dove, entrare nel vivo e conoscere Peter Criss, vederlo suonare – e fotografarlo – diventa un gioco da ragazzi.

A pensarci adesso mi gira ancora la testa. I ricordi della nostra amicizia si perdono nella notte dei tempi, come la prima volta che ero andato a trovarlo a casa sua. “Devo ancora sbrigare due faccende, cosa vuoi vedere?” mi dice genuinamente spiritato mentre apre un armadio pieno di VHS. “Rio De Janeiro 1983 con Vinnie Vincent”, riesco a rilanciare sconvolto, sperando che il cuore regga. Sono TUTTE marchiate KISS. “Maracana 18 giugno 1983”, risponde. Colgo un riflesso quasi metallico nei suoi occhi, mentre estrae la cassetta e la inserisce nel videoregistratore, alzando il volume come merita. “Questa roba è UFO”, mi fa. Rido fragorosamente. Cioè, rarissime era davvero troppo poco. UFO – a quel tempo – era proprio il termine giusto. 

Mentre io cominciavo a sperimentare di persona cosa si provasse a trasformare i sogni in realtà, lui era già oltre i Bastioni Di Orione. La sua collezione era fantasmagorica, dalle Polaroid – voglio dire, Polaroid  – scattate da Lydia Criss ai KISS nei primi anni Settanta ad una maglia senza maniche indossata da Ace Frehley comprese le maniche tagliate. Roba da frullato di Optalidon.

Ricordo bene un venerdì sera di quel 1996 pieno di Britpop e Cool Britannia, faceva già abbastanza caldo ma non era ancora estate e i miei sarebbero stati via per il weekend. Naturalmente potrei dirvi anche com’ero vestito: quella sera, però, mi sarei chiuso in casa, al buio, solo davanti alla tele con la mia nuova videocassetta di KISS Unplugged. Che sensazione inestimabile, che serenità indescrivibile ascoltare quei cori sussurrati durante Sure Know Something, che emozione commovente e vittoriosa vedere Peter Criss e Ace Frehley salire di nuovo sul palco con Gene Simmons e Paul Stanley. E quell’assolo inedito di Ace su Beth, con quello stile che “solo Lui”, aveva spazzato via in un attimo tutti gli anni dei KISS senza maschera, facendo balenare nella mia mente di sognatore il desiderio più rigoglioso ed impossibile, che avrei spinto mentalmente con così tanta forza da farlo diventare realtà, come tutti i nostri sogni. E, ci potevate scommettere la liquidazione, riuscire a vedere i KISS in formazione originale senza dover viaggiare nel tempo con una Delorean di lì a qualche settimana era diventata realtà. 

Sei secondi lordi dopo l’esultanza per l’annuncio della reunion dei KISS – trasmesso in mondovisione a bordo della USS Intrepid – con un contatto Oltremanica riesco a sistemare me e i miei amici in un B&B che pareva La Casa di Holly Hobby, con un giardino di erba all’Inglese e un salice piangente che si adagiava in un fiumiciattolo proprio davanti alla collina di Donington Castle, sede del Monsters Of Rock e della prima data in Europa della band. “Ho visto i KISS negli Anni Settanta. E gli Zeppelin. E soprattutto gli WHO”, mi dice il titolare del B&B mentre arrotola le maniche della camicia bianca rivelando i tatuaggi sbiaditi sulle sue braccia segnate dagli anni. Sentire queste parole sorseggiando una Newcastle Brown Ale mentre dall’altro lato della collina si odono distintamente la voce di Paul Stanley e il suondcheck dei KISS, beh, vorrei che lo provaste tutti. Per non parlare dell’ondata di energia collettiva scaturita al primo assolo di Ace la sera del concerto.

“Prendimi un programma del tour, per favore” mi dice Alex poco prima della partenza, mentre Vania lo guarda divertita. “Io ho in mente un’altra cosa”. 

Rido, abbassando lo sguardo e volgendo la testa a lato. Quella luce negli occhi adesso la conosco bene e non lasciava presagire nulla di “terreno”. 

Ci avevo visto giusto. Tre show dei KISS al Madison Square Garden di New York anticipati da un concerto degli WHO – che suonavano tutto Quadrophenia in sequenza, sempre al Madison Square Garden, così “per gradire” – erano il suo programma.

Dedico questa parata di vittorie ad Alex, all’Amicizia, a chi non si arrende mai e a tutti i nostri sogni, che siano sempre caldi e rassicuranti come un ritorno a Casa.

Roger Ramone Racconta.